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Quando l’amore diventa ossessione. Come uscire dalla dipendenza affettiva.


La dipendenza affettiva può essere definita come un quadro patologico nel quale il rapporto di coppia, la relazione d’amore viene vissuta come condizione unica e necessaria per la propria vita ed esistenza.

I soggetti che vivono questo tipo di dipendenza attribuiscono all’oggetto d’amore una importanza tale per cui sono disposti ad annullare il proprio sé, a non ascoltare i propri bisogni e le proprie necessità, a mettere avanti sempre e comunque le esigenze dell’altro pur di evitare il conflitto e scongiurare la rottura della relazione.

Gli indicatori e i sintomi che permettono di svelare l’esistenza di una dipendenza affettiva sono i seguenti:

  • terrore dell’abbandono e della separazione
  • evidente mancanza di interesse per sé e per la propria vita
  • paura di perdere la persona amata
  • devozione estrema
  • morbosa
  • isolamento
  • incapacità di tollerare la solitudine
  • stato di allarme e di panico davanti alla minima contrarietà
  • assenza totale di confini con il partner: la relazione è simbiosi e fusione
  • paura di essere se stessi
  • senso di colpa e rabbia

Tale tipo di relazione trova origine nella natura stessa del rapporto: ciò significa che sono storie in cui entrambi i partner si completano contribuendo al determinarsi di tali dinamiche.Molto spesso si tratta di donne fragili alla ricerca di partner maschili forti, che le sappiano sostenere; questi ultimi a loro volta sono attratti da compagne sottomesse sulle quali possono esercitare la propria superiorità e in cui frequentemente la propria eccessiva volontà di protezione maschera l’inconscio desiderio di dominio e controllo sull’altro. Sono dunque atteggiamenti che collimano: ogni vittima esiste perchè c’è un carnefice e viceversa.

Si crea dunque un equilibrio patologico, che lo psicanalista Jacques Lacan descrive molto bene quando afferma che “in una coppia, ciascuno è il sintomo dell’altro”. Ciò significa che il partner che, a livello più o meno conscio, è manipolatore sceglierà una compagna sottomessa e insicura nella quale saprà trovare a poco a poco la zona vulnerabile che consentirà l’instaurarsi di un rapporto di dipendenza.
Qualora notasse una scarsa fiducia in se stessa, il compagno potrà fare commenti sul suo aspetto fisico o paragonarla ad altre più belle e piacenti di lei; qualora lei soffrisse di insicurezza da un punto di vista affettivo, potrà innescare col suo atteggiamento reazioni di , paranoia, paura. Giorno dopo giorno, il lavorio sulla psiche e sull’emotività dell’altro sarà come quello della goccia che cadendo e ricadendo scava la roccia.
Il risultato sarà l’annullamento totale della fiducia in se stessi, uno stato di allerta continuo, la perdita di senso critico, sintomi come o , la destabilizzazione. Si può con tranquillità affermare che siamo davanti a una forma di violenza psicologica subdola, che può avere manifestazioni gravi attraverso comportamenti violenti o di umiliazione e disprezzo, oppure può esplicarsi in modo più “mite” ossia mascherata da buone intenzioni, dalla volontà di aiutare e proteggere l’altro.

Questa forma di dipendenza è sempre il risultato di profonde e arcaiche ferite infantili, traumi e conflitti non elaborati, che si cerca di sanare attraverso la ripetizione del copione che si è vissuto nella propria infanzia.

E’ per questo che la dipendenza si alimenta e si nutre del rifiuto, della svalutazione, dell’umiliazione, del dolore: non si tratta di provare piacere nel vivere tali difficoltà, ma di dare corpo al desiderio di essere in grado di cambiare l’altro, di convincerlo del proprio valore, di salvarlo anche se non vuole essere salvato, di riuscire a farsi amare da chi non sa o non vuole farlo.

E’ molto raro, infatti, che l’Altro venga riconosciuto realmente per come è e per come si comporta (egoista, manipolatore, incapace di provare empatia..): egli viene percepito come un essere speciale che se solo si lasciasse amare sarebbe diverso, che se solo si lasciasse aiutare diventerebbe l’uomo ideale, che se solo non avesse i suoi problemi sarebbe realmente capace di amare.
Spesso la trappola ulteriore consiste nel fatto che tali giustificazioni coinvolgono la donna e il proprio valore: “forse è così perchè io….”, “se solo fossi meno gelosa forse…”, “se ha urlato e mi ha offeso così è perchè io l’ho fatto innervosire, ho tirato la corda…”. E’ per l’immagine ideale dell’Altro che il dipendente prova amore, lo stesso amore che ha provato nella propria infanzia per un genitore irraggiungibile, che lo ha abbandonato, dal quale si è sentito tradito.
E’ per questo che l’attrazione scatta solo con partner di questo tipo e quasi mai le donne intrappolate in questo tipo di dinamiche inconsce si sentono attratte da partner affettuosi, comprensivi, presenti. Sono l’assenza e il rifiuto ad accendere il desiderio.
Nel momento in cui tali donne cominciano a vedere l’Altro per quello che è e arrivano a riconoscerlo come un manipolatore, possono iniziare a uscire dalla trappola e a liberarsi della dipendenza chiedendo aiuto.
Nel lavoro psicoterapeutico si analizzeranno tutti i meccansimi affettivi che determinano tali dinamiche, si cureranno le antiche ferite e si imparerà ad amare se stessi e a mettere sé al centro della propria vita. La consapevolezza è la base per poter essere responsabili di sé, del proprio equilibrio e della propria serenità.

Per uscire dalla e ritrovare il piacere di amare senza sofferenza chiedi un consulto on line allo psicologo cliccando qui oppure contattaci al nostro numero.

Fonte: psicoterapiapsicologia.it

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